Questo racconto finisce qui. Dopo un lunghissimo volo siamo arrivati, in quattro. I gatti si sono ripresi appena varcata la soglia del loft. Peripezie per avviare la casa (ma qui tutto è più facile).
Luce accecante. Caldo appena arriva il sole, freddo quando non c’è. Il clima più asciutto che abbia mai trovato. L’oceano e spiagge infinite. Il rosso del tramonto, i grattacieli incorniciati dalle montagne, botteghe di cartone. E tutta questa gente che vive, scorre parallela. Il nostro Factory Place brulica di vita (e di gatti, e di cani).
Il lavoro, i pranzi vegan, i farmers’ market. Connessioni rubate. Migliaia di persone che dormono per terra coi loro carrelli della spesa, sulla sesta strada. La cortesia di chi si occupa dei clienti. Ancora lavoro. Mi congedo quindi in questa luce accecante, ma a domanda rispondo, nel caso.
Quello che segue è una rivisitazione di un dialogo con la Saltatrice. Chi dice cosa è poco importante. Ma mi piace che ne resti traccia. Successivamente invece mi perdo sulla visita lampo in Italia.
Mi ci sono voluti tre anni di puro disgusto (di me stesso, non dell’ambiente), quando ormai sapevo benissimo che non dovevo restare in Università, per lasciarla per fare il libero professionista ed entrare nella prima startup. Tre anni per trovare il coraggio di mollare il mio posto in lista, per sbarbarmi dal mio mito interiore del posto fisso da ricercatore. Non per capire, ma per decidere.
Fatto quel salto, tutti gli altri salti sono in progressione stati molto più agili: smettere di fumare, arrampicare nel vuoto, prendere aerei, accettare il primo lavoro, mangiare verdure.
È una cosa entusiasmante questa dei salti, degli strappi.
Sono stati tutti strappi più o meno violenti, generalmente molto violenti, ma ora sono solo ricordi piacevoli e importanti.
Prendere aerei o arrampicare sono stati per me come morire, letteralmente. Arrampicare su roccia, intendo. Trovarsi a quaranta metri dal suolo (che sono tanti) e sapere che forse cadrai, la corda ti riprenderà ma sarà un bel voletto nel frattempo. Questo è stato duro.
E allora perché iniziare? Io ho iniziato ad arrampicare in palestra boulder, che è una esperienza totalmente inebriante, di grande piacere. Rilassante. Ho iniziato perché mi sentivo pesante, legato al suolo, cartesiano, e volevo verticalizzarmi, fluidificare i sistemi di riferimento. E rimettermi in forma. Volevo sentire come in quel vecchio videogioco, Descent, che fu una rivoluzione.
Ho visitato le possibili alternative a Firenze e non ho avuto dubbi: Irati e Gianni, e quell’ambiente umano intorno, erano la scelta per me. Una scelta azzeccata; quelle persone mi hanno dato moltissimo. Ci ricordiamo ancora del giorno che arrivai a chiedere informazioni, del mio aspetto dimesso, perso in un cappottone di velluto, e nella tristezza di un inizio autunno. Autunno, the springtime of death.
Molti pensano che l’arrampicata sia una questione di forza. Invece è eleganza, è il capire i movimenti. Le ballerine diventano arrampicatrici fenomenali. Equilibrio, grazia. E poi i movimenti vengono da sé, inizi a sentirli, e ad interpretare la superficie della parete. Vai su e non sai neanche come, e poi ti trovi ribaltata e hai nuovi sistemi di riferimento. Al massimo vai a quattro o cinque metri, niente corde, solo materassi sotto, ovunque. Non c’è paura. E il tuo fisico cambia di settimana in settimana, ti alleggerisci, molto benessere, diventi più precisa nel camminare, nel passare tra i passanti, in tutto. Insomma, puro piacere.
Poi però ti portano sulla roccia e lì, almeno per me, cambia tutto. Per altri invece c’è una continuità tra questi due mondi.
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Col solito terrore ho preso un razzo, destinazione Venezia. Poi Toscana, e di corsa via da Pisa. È stato un viaggio difficile, complesso. Complice l’arrivo fulmineo del buio autunnale, con una discesa in un giorno di dieci gradi sulle massime su tutta la penisola. L’amarezza nasce non dalla mia terra, ma dal fatto che essa in solo due giorni mi ha riposseduto e sconfitto. Ha frantumato le mie nuove scoperte, le mie nuove passioni. Le ha sostituite con un antico senso della sofferenza, del sacrificio e della sconfitta. La gratitudine di piccoli gesti, dell’accogliere, di un saluto, di una parola. E quanto mi sono attaccato a tutto questo. Il sortilegio è durato poco. L’incantesimo si è sciolto camminando nell’aeroporto di Barcellona. Ma la dimostrazione della mia inconsistenza ha lasciato un segno.
Voglio raccontare solo di una immagine, di un momento. Un momento grandioso e solenne. Passata la mezzanotte, sotto una tenda che ci ripara dalla pioggia, care chiacchiere in Santo Spirito. Il barbuto, nella mia assoluta meraviglia, mi porta sotto alla casa dove viveva Guy Ernest Debord, in Via delle Caldaie 28, probabilmente tra il settantadue e il settantaquattro. Qualche parola tra le gocce e la luce dei lampioni. Sopra il buio. Muri belli, aneddoti mai pubblicati.
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Ora immaginate due persone che fanno un gioco, e si dicono: Immaginiamo di finire in galera a vita tra dieci anni, o di morire. Che vogliamo fare nel frattempo? Forza, prendi la penna, scriviamo una lista.
In giro invece vedo uno sconcerto immobile. La quiete triste ed eterna. Da questo contrasto nasce questo scrivere. Un dialogo che non comincia mai. L’unica impresa interessante è la liberazione della vita quotidiana.
È un sentimento di gioia profonda quello che accompagna questo assolato pomeriggio. Una gioia silenziosa che si materializza dentro la parte bassa della gola, come un solletico caldo, e scende a perpendicolo profonda nel petto, fino a sopra lo sterno. Emana calore e copre la pelle del torace di piccoli brividi, che poi arrivano fino ai palmi delle mani.
È come l’euforia della liberazione da una brutta dipendenza. Come un senso di possibilità dopo una lunga prigionia. È come il dolce sentimento di aver scoperto un poco di più il mondo per come è, l’avere abbandonato un costrutto che offuscava la vista, impediva di capire. Il macello ora ha le pareti di vetro.
In una bella recensione sul New York Times ho trovato questo: Un modo per cambiare le cattive abitudini alimentari negli Stati Uniti consiste nel costruire mattatoi e uovifici con le pareti di vetro. Se c’è un nuovo diritto da stabilire, forse è questo: il diritto di guardare. Questa elegante affermazione, apparentemente semplice, contiene un concetto curioso: che gli Americani, nonostante siano sempre più bombardati da una valanga di immagini, stanno perdendo la visione d’insieme. Mentre possiamo sentirci visualmente sopraffatti, molto della nostra vita quotidiana rimane strategicamente fuori dal campo visivo, ivi compreso il modo in cui il nostro cibo arriva lentamente alla nostra tavola.
Serata estiva. Si cerca un film da vedere. Ultimamente vado a caccia di documentari in inglese americano, perché a differenza dei film capisco quasi ogni parola. Food Inc. Ha ricevuto ottime recensioni. Play.
Veramente ben fatto, una bella narrazione, positiva.
In me succede qualcosa, scatta un qualcosa, parte un processo, una scoperta, uno di quegli strani moti della ragione che ci fanno muovere, evolvere, cambiare.
La voglia di sapere, la necessità di vedere. Tocca a Unser täglich Brot. Our daily bread. Stavolta si parla di Europa, non di Stati Uniti. Niente narrazione. Solo immagini. Di una bellezza potente. Rigore stilistico, nessuna tesi da esporre. Solo fare vedere. Fare vedere.
Due opere da vedere. Le reazioni immagino possano essere le più diverse. E non voglio tediare nessuno con quello che è successo in me. Ma è stata una grande, bella, bellissima sorpresa.
Dovevo avere sei o sette anni, forse il giorno di Natale, dagli zii in Veneto. Si guarda un film di fantascienza che mi rimane profondamente impresso, vivido nella mente per tutti questi anni. Il mondo che dipinge è un mondo terribile. Di tanto in tanto lo cerco in rete, a partire dal poco che ricordo. Niente. Qualche volta ne parlo con amici. Niente. Mi convinco che doveva essere un filmetto di quarta categoria irrecuperabile. Poi capita che vado a vedere la prima casa a Los Angeles, una casetta di legno tutta moquette. La proprietaria inizia a raccontare quel film. Si chiama Soylent Green.
Tentare l’impresa difficile di ripulire la mente da peccati veniali e peccati mortali, da diritti e doveri, dal comportamento unisono di noi tanti. Vedere la realtà. Assaporarla. Guardare le cose oltre lo zeitgeist che ci protegge. Costruire nuovi modelli, di fatto. Appassionante. E cercare al tempo stesso di non farsi odiare da chi già ti conosceva e ti amava. Cercare di non farti espellere come un corpo estraneo dal noi.
Sono stranamente ottimista ultimamente. Nonostante noi viviamo in Soylent Green. Nonostante gli abissi neri terribili sottesi. Nonostante siamo coinvolti. Gli Stati Uniti, per esempio, sono un posto migliore di dieci anni fa. Ma forse è dovuto alla mia scarsa conoscenza del tema. Thunderstorm sostiene che era un posto migliore anche dieci anni fa.
Evviva le generalizzazioni. Di nuovo a Barcellona. Che senza dubbio mi fa venire più voglia di scrivere. Gli US sono piu’ stringenti, non c’è che dire.
Sui gatti. Puoi pestare il gatto che vive con te, nel buio. Scapperà. La pulsione più forte, immediata, sarà quella. Ma un secondo dopo, se ti accascerai a terra e gli chiederai scusa sottovoce, lui tornerà indietro a farsi accarezzare. Ricomporrà il conflitto. Un indizio su quanto sia importante anche per loro mantenere il discorso sociale. Facendo violenza alla sua natura più viscerale. Il rapporto con un gatto si costruisce tra talamo e amigdala. Si costruisce nell’immobilità e nel discorso lungo, paziente, che non ha fretta di conquistare. E nella pappa, certo.
Sugli Americani. Essi credono che la colpa personale, nel senso di quello che il colpevole ha potuto decidere, sia inescusabile. Addolciranno il discorso, ma questo è quello che pensano. Evviva le [mie] generalizzazioni.
Scruto dal tetto Escudellers Blancs: una strisciolina di vita ignobile larga forse tre metri e lunga centocinquanta. Il retro della piazza reale. Magica notte illuminata, due ventenni rasati discutono in arabo, uno accende all’altro una sigaretta, questo gli passa una banconota. In fondo a destra il Sub Rosa: una ragazzina seduta in calza nera che parla al telefono. Passanti. Chiacchiere ortogonali davanti al Nevermind. Passano come un flash, a intervalli regolari, i poliziotti fosforescenti, allineati a gruppi di tre, una donna nel mezzo e due uomini ai lati.
Anche questa volta Los Angeles mi ha risucchiato, gettandomi in un gran daffare. Quasi un mese ormai di clima perfetto, tra i venti e i venticinque gradi, asciutto. Aria profumata. Abbiamo firmato per la casa. Lavoro fruttuoso, ambiente stimolante. Bellissima gita in Colorado, la prateria, i grandi spazi incontaminati, bella gente. Ikea. Bob Black e Steve Jobs.
Contemplo una birreria qui di fronte che ho visto nascere, qualche mese fa. Dal nulla, in una fabbrica in disuso, con un bancone e basta. Ora c’è anche il DJ, dipinti e foto di giovani artisti, tavoli, bagni ed enormi cisterne. Fuori un furgone che vende panini italiani. Il tipo si entusiasma a scoprire da dove vengo. Ha chiamato suo figlio Alessandro e mi chiede se lo ha scritto correttamente. Vuole sapere che ne penso delle sue italian sausages. Ottime, ovviamente. Sostiene di essere il sarto nello spot di George Clooney per Fastweb. Effettivamente scopro che è vero. Molte risate. Il giorno dopo indossa una tuta da meccanico: lo stanno riprendendo con grandi cineprese per strada, in compagnia di un bellissimo attore adolescente con gli occhi azzurri e la pelle chiara. Molte risate.
Parlo con Julio Echavarria, cubano statunitense che ama il servizio al tavolo e il clima di qui. Forse settant’anni. Più che altro lo ascolto. Cerco di capire. Settimana complessa. Smaltire il cambio di fuso orario. Lavorare. Cercare casa. I calcoli avevano indicato Los Feliz e Silver Lake come la migliore destinazione. Non mi piace. La desolazione. Non la desolazione bella e ricca di vita di Desolation Row. La desolazione di vite satolle, con orari precisi, intrattenimento satellitare, confini esatti, giardini curati da altri.
La sorpresa. Alle dieci del mattino Nicole mi scrive di andare a vedere una vecchia fabbrica ristrutturata in loft, a un tiro di schioppo dal lavoro, e a sua volta a un tiro di schioppo dal fabbricone di American Apparel, ricoperto da un enorme, infinito striscione che recita Legalize LA. Arts District. Skid Row. Una accozzaglia di grandi fabbriche attive, fabbriche abbandonate, capannoni trasformati in abitazioni e spazi live/work (o meglio work/live). Qui sento vita. Speriamo di riuscire a firmare.
Vedo due strati di persone. Due strati che non si toccano, se non per transazioni formali di danaro in cambio di manovalanza. In un primo strato sta quasi tutta la latinità di LA. Facce guatemalteche, antichissime. Perché LA è una distesa abitata latina. Poco da fare. Fa finta di niente, ma è così. Il secondo strato vive in una apparente assenza di desideri. Lo descrive perfettamente questo capolavoro, sorprendentemente scritto non su LA, ma sul nostro paese.
Canzone per l’estate
Con tua moglie che lavava i piatti in cucina e non capiva.
Con tua figlia che provava il suo vestito nuovo e sorrideva.
Con la radio che ronzava per il mondo cose strane,
e il respiro del tuo cane che dormiva.
Coi tuoi santi sempre pronti a benedire i tuoi sforzi per il pane.
Con il tuo bambino biondo a cui hai donato una pistola per Natale, che sembra vera.
Con il letto in cui tua moglie non ti ha mai saputo dare,
e gli occhiali che tra un po’ dovrai cambiare.
Con le tue finestre aperte sulla strada e gli occhi chiusi sulla gente.
Con la tua tranquillità, lucidità, soddisfazione permanente.
La tua coda di ricambio, le tue nuvole in affitto,
le tue rondini di guardia sopra il tetto.
Con il tuo francescanesimo a puntate e la tua dolce consistenza.
Col tuo ossigeno purgato e le tue onde regolate in una stanza.
Col permesso di trasmettere e il divieto di parlare
e ogni giorno un altro giorno da contare.
Col tuo freddo di montagna e il divieto di sudare
e più niente per poterti vergognare.
Com’è che non riesci più a volare?
Barcelona è una universitaria coi capelli cortissimi, non bellissima. Ha un ciuffetto lunghissimo, in realtà. Parte dalla nuca. Sa chi è Durruti ed è vegana. Prepara azioni per la liberazione di conigli bianchi.
Stanno cercando di normalizzare questa città. Renderla come le altre. Mettono lampioni per illuminare gli angoli bui. Vogliono i guinzagli per i cani. Multano le biciclette. È la sicurezza, bellezza!
Patrick non si ricordava più di noi, ieri notte. Si lamentava che non lo lasciano in pace. La polizia. C’è sempre più polizia. Fosforescente. Anche lui dice che sta cambiando tutto.
La prima valigia è sigillata. Ventitré chili meno qualche grammo. Si parte. Resterà a Los Angeles. Noi invece torneremo a salutare Barcellona per tutto il mese di Settembre, e a prendere i gatti. Ferve lo studio delle varie zone di LA. Ora oltre a Venice spunta anche Los Feliz. Vedremo.
Abbiamo avuto una tempesta strepitosa qui a Barcellona.
Stavo andando a trovare amici a Siurana, ma arrivato a Sants non c’era l’auto a noleggio. Torno a casa in metro e facendo la doccia. Grandine. Trovo i gatti terrorizzati sotto il letto, la terrazza inondata e l’acqua che lambisce la porta finestra. Si era tappato lo scarico della terrazza, che è fatta come una vasca. Nel mezzo c’erano venti centimetri d’acqua. Ho passato una mezz’ora a svuotare la terrazza con un secchio, sotto la tempesta e i fulmini. Alla fine la casa era salva e i gatti pure.
Subito dopo il sole. Giro in bici e centinaia di alberi stroncati, soprattutto palme, attorno al porto e lungo le spiagge.
Esiste dalle nostre parti una città dove tutti i portapacchi delle bici sono cassette della frutta? Dove la gente si porta la sedia del salotto in strada e chiacchiera coi vicini? Non so come ma sono affascinato dalle ringhiere scure dei terrazzini, e dal verde intenso delle piante su ogni balcone, che contrasta con i colori tenui delle facciate.
Lkftì? Scusa? Lkftì? Scusa, non capisco. Are you looking forward to go there? Ah, ecco. Sì, sono molto contento di andare a Los Angeles. Questo riassume la frustrante esperienza di chi, credendo di sapere l’inglese, si imbatte negli inglesi. Diciamo che hanno un po’ di accento. Questo poi è londinese. Sai, mi mangio le parole. Maddài. Sono sul treno e sto lasciando Brea. Il lavoro era in un cottage di Hobbiton, e la locanda dove dormivo stava a Brea. Purtroppo non posso raccontare di quello che è successo nel cottage, ma c’erano una famiglia decisamente particolare, telecamere, luci, microfoni, e tanti gadget interessanti. Un gatto rosso bellissimo.
Lo Yorkshire è un posto molto pulito, anche perché piove tutti i giorni. Sheffield è tetra esattamente come la vidi l’estate scorsa, per un workshop. Non mi stupisce che tutti gli inglesi vogliano vivere a Londra o a Lanzarote. Anche qui, come a Londra, ci sono tantissimi eroi. Contro ogni avversità atmosferica e di traffico vanno in giro in bici, vestiti come alieni fluorescenti. La cosa bella di Hobbiton, invece, è che appena lasci i cottage che costeggiano la via ti trovi nel nulla della verdissima campagna inglese, a camminare tra mucche e cavalli che sembrano liberi, campi iperproduttivi, muretti a secco e linee di cespugli. Qui nessuno sa dove stia Firenze e sono sconvolti all’idea che io sappia cucinare.
A Brea ho trovato, unica possibilità di mangiare qualcosa dopo le nove di sera, un kebabbaro albanese, che parlava qualche parola di italiano. Non esagero nel dire che quel kebap non lo avrebbero mangiato neanche i miei gatti. Ma io non avevo alternative. Gli ho chiesto se è felice qui (all’albanese, non al kebab). Mi ha risposto di no, facendosi una grassa risata. L’ho chiesto anche al tassista di origine indiana di stamane. Mio padre venne qui tanti anni fa, io sono nato qui e sto invecchiando qui. Che secondo me significa: Proprio per niente, ma sono saggio.
Ora sono sul razzo, sto volando. Si balla un pochino. All’andata non è andata benissimo: sul punto di atterrare, forse a cento metri di altezza, siamo ripartiti a tutta manetta in salita, ripidissimi.
In treno la rete non funzionava come all’andata, per cui non sono riuscito a fissare con nessuno. Avrei voluto incontrare degli amici che un mese fa erano in due e ora sono in tre, oppure Daniela. Ho deciso quindi di tornare da Tracey Emin. E di spendere le dodici sterline per vedere la mostra. Bellissima. Valentina giustamente notava che la principale opera d’arte della Emin è la sua stessa vita. In effetti le sue ‘opere’ sono di fatto ricordi, memorie autobiografiche, souvenir. Fatti praticamente con qualunque tecnica artistica. Una artista testuale: le parole sono al centro di tutto. Tracey non sai dire se è bella o se è brutta, è un uomo, ragiona come un uomo. Un uomo fragile e aggressivo. E l’amore, quello fisico. Sudicia (sostiene Nicole).
Mi sono innamorato delle sue opere cucite, grandi arazzi fatti con i tessuti sacri, vestiti e stoffe dei suoi genitori e nonni. Presi da vestiti, da corredi. Che diventano narrazioni cucite della sua infanzia, o della sua adolescenza, o dei suoi traumi, dei suoi aborti. Del piacere, del corpo, delle aggressioni. Centinaia di lettere cucite. Decine di colori, di trame, di consistenze, di strati. Il suo capolavoro è andato bruciato qualche anno fa. Una tendina da campeggio. All’interno cuciti, lettera per lettera, i nomi di tutti quelli con cui ha dormito. In inglese suona come tutti quelli con cui è andata a letto. Non solo i suoi amanti e le sue amanti, però. Ci sono anche amici e amiche, parenti, i due feti, scrittori a lei cari, concetti. Love is what you want.
Se ieri la notizia erano i tanti morti in Norvegia, arrivato a Gatwick gli schermi mostravano che è morta Amy Winehouse. Nel nord di Londra. Ci sono passato qualche ora fa. Un talento. Non si sa ancora niente. Solo che è morta. A ventisette anni.
Scrivo su un tavolo di legno chiaro su un pavimento di legno chiaro innestato in una bow window. Sono a Londra, e per la precisione a Finsbury Park. Sono ospite di cari amici che qui vivono e lavorano. La casa è veramente bella, il proprietario (che l’ha ristrutturata) è un architetto che lavora per Norman Foster. C’è un giardino stretto e lungo, verdissimo, e il bagno è una wet room (ovvero tutto è a prova d’acqua), con una bella vasca giapponese. Farci la doccia è immergersi nel vapore caldo.
Londra è affascinante nonostante il grigio che tutto domina e le temperature non proprio estive. È bello vedere il fluire di tutte queste persone così diverse. Vengono davvero da tutto il mondo. E restano a vivere qui. Indaffarati. C’è l’ebreo ortodosso e il sikh, il capellone e i tanti tailleur, le tante giacche e cravatte sopra le camicie linde inamidate. Vedi un tipo con i capelli a caschetto, gli stivali di gomma con cui da noi si va a pescare, e i pantaloncini corti di jeans. Sopra una maglietta attillata a righe orizzontali.
Londra è una bambina bionda di sette anni, con le lentiggini e i capelli lunghi biondi che scendono lungo la schiena, in un vestitino leggero, che cammina nel cemento sotto una pioggia sottile.
L’atmosfera e l’aria frizzantina (ovvero gelida) mi fanno venire voglia di avere un lavoro, riguadagnare ogni sera la casa e accendere il riscaldamento. Di immergermi operoso in questo flusso insieme agli altri otto milioni di api. Frenesia, camminare veloci, la Victoria Line che è come una capsula sparata in un tubo. Barcellona ti culla, è la gioia di essere popolo insieme; Londra ti trascina, è l’industriosità. È l’industrialismo, definizione migliore di capitalismo per descrivere il nostro mondo. A Barcellona sai che in qualche modo qualcosa mangerai, qui è bene che inizi a correre.
È bello essere poveri a Barcellona, è bello essere ricchi a Londra. Londra è essere cittadini. È la quintessenza della cittadinanza. Thunderstorm sguazzerebbe a Londra, così come a New York e forse a Tokyo. Veste come le londinesi. Con me non ha un futuro in queste città. Pensaci, Nicole.
A Barcellona gli stranieri si innamorano della città e ci restano a tutti i costi, anche se non riescono ad arrivare in fondo al mese. Poveri che godono della vita nelle strade e nelle piazze. Qui si guadagna tanto e si spende tutto. Bel posto per i freelance.
Se durante i tredici mesi di assenza di introiti, che mi sono fatto durante tutto l’anno scorso, avessi trovato un posto fisso a Campi Bisenzio a milleduecento euro al mese, la mia vita ora sarebbe molto diversa. Niente Barcellona, niente Los Angeles, niente Londra. Sono stato fortunatissimo a non trovare niente: sarei rimasto lì per chissà quanto, senza trovare il coraggio di partire. Avrei fatto un mutuo per comprare una casa che avrei odiato. Attenti precari. Attenti, potreste trovare quello che cercate. Una stabilizzazione, un contratto a tempo indeterminato in un posto di lavoro che vi disgusta, sotto capi odiosi, sottopagati, ad aspettare la pensione. Il posto fisso. La vita fissa. Uno stereotipo anacronistico, che nessuno, in fondo, desidera. Nessuno. Il problema italiano è un altro. I salari bassi. Lo cantava già Rino Gaetano quarant’anni fa.
Ho deciso che a fine Agosto, quando andrò a Madrid all’ambasciata americana, andrò a vedere Guernica di Picasso. Mi ha convinto Thomas, raccontandomi le sensazioni che ha avuto trovandocisi di fronte.
Ora invece è il giorno dopo, e sto scrivendo su un treno da Londra a Shieffield, dove devo andare per lavoro. Ieri sono stato in giro e ho incontrato Tracey Emin, o meglio le sue opere, e mi è piaciuta tantissimo. Un bel tipo. In questa galleria c’era una sala lettura calda che dava sul Tamigi, tutta vetri, dove sono stato ore a leggere di Tracey da un bel librone con le foto delle sue opere. Fuori pioggerellina.
Che vi siete persi? Vi siete persi i miei penosi tentativi di leggere Homage to Catalonia di Orwell, impantanati nella noia e persi tra altri stimoli più avvincenti. O forse impantanati nel mio timore di scoprire che l’unica esperienza di anarchia su larga scala nella storia del mondo fu forse troppo ingessata per i miei gusti (stiamo parlando di Barcellona e parte della Catalogna per pochi anni a partire dal 1936, fino a che nazionalisti e comunisti non si consorziarono per massacrare gli anarchici). Nicole invece, che legge un libro alla settimana, ha già superato la metà.
Vi siete persi Thunderstorm che si ostinava a dormire sdraiata sul pavimento del trenino di ritorno da una barbacoa a casa della mia capa, una villa modernista tra i boschi che sovrastano Barcellona. Arthur, settantasette anni, vestiva meglio di me, nella sua camicia floreale, e soprattutto ballava molto meglio di me. Vi siete persi, ieri notte, un chiringuito sulla spiaggia, con una luna quasi piena, precisa al di là del mare, che illuminava tutto in una miriade di riflessi. E una amaca fantastica attaccata ai pali, che mi permetteva di ondeggiare tra il tavolato rialzato e la sabbia; e Monica e Andrea e Raj e Ryan, con cui parlare di salari bassi e film di Spike Jonze in italiano-spagnolo-inglese. Andrea e Monica aspettano un bambino, o una bambina.
Vi siete persi le tapas di pesce del Jai-Ca, al tramonto ai soli tre tavolini fuori. Posto de toda la vida, che vuol dire che è lì da sempre, per cui sinonimo di qualità e carattere. Un po’ come La Plata, sul tragitto dal mare a casa, con a venti metri la pulperia Celta, dove polpo alla gallega e pimientos del padron dominano su una moltitudine di fritti vari. Vi siete persi, infine, i bagnanti locali (ma il termine spiaggianti sarebbe più corretto), ciccioni, rumorosi, alza-sabbia e lascia-schifezze. Ma ormai amo questo posto.
E poi mi ha scritto mia cugina, mandandomi le foto dei suoi otto gatti:
La cugina Valeria oggi è un po’ meno ingenua e un po’ più informata, ma continua a vedere variegati esseri (più o meno) umani tutt’intorno a sé – a parte la gatta Specchiolina che mi sta impastando le gambe con passionale e unghiuto ardore. Domenica i castagni oltre la prima barricata della Libera Repubblica della Maddalena rinfrescavano le idee ai bambini di vedetta verso l’autostrada nella capanna sull’alberone come ai guerriglieri neri che si spalmavano limone sulle maschere antigas, ed era leggermente surrealista il contrasto tra il quieto discorrere con le amiche venute apposta da Prato e i botti dei lacrimogeni duecento metri più in là, appena smorzati nella colonna sonora da Apocalypse Now in cui ci cullava un simpatico elicottero…
I media continuano a raccontarne di tutti colori. Se sono le forze del disordine ad accanirsi sulla mite venditrice di ombrelli del mercato scivolata sul ghiaccio davanti alle trivelle fino a spaccarle la faccia e provocarle versamento ovarico, una pericolosa anarco-insurrezionalista si è fatta male cascando per terra; se un celerino senza volto si sloga una caviglia sciogliendosi nel pesante forno della sua corazza da guerra, dieci eroici poliziotti sono stati feriti dalla teppaglia manifestante. Più o meno, il tenore è questo (quella della venditrice di ombrelli è vera, si chiama Marinella e domenica c’era di nuovo, ma col casco in testa). A seconda dei reportage eravamo da duemila a cinquantamila (probabilmente in realtà più di settantamila), ma ieri ho appreso da un giornale che in realtà eravamo in cinquemila, di cui settemila black bloc. […]
Per fortuna ci sono altri canali per avere informazioni oltre a quelli ufficiali, ma disgraziatamente l’ipnosi collettiva della società è più contagiosa della peste dell’era oscura. E tuttavia questo è anche il nostro asso nella manica, l’arma più potente: se la mente dell’essere umano è così sensibile al contagio, che la nostra peste sia la libertà di pensiero, le nostre bombe le idee evolutive, e i nostri lacrimogeni la brillantezza dei paesaggi mentali e fisici appena al di là della soglia della pigrizia, che suscitano lacrime di meraviglia! […]
E nei presidi si fa cultura, si confrontano calamità, vengono da tutto il mondo a imparare la democrazia partecipata (quella vera!), a confrontare esperienze. […]
Caro il mio cuginetto, se quando ti facevo da baby sitter tu avessi incontrato questi signori convinti di volere il TAV e gli avessi lanciato una delle tue famigerate raffiche di “Perché? … Ma perché?”, guardandoli con gli occhi a palla, non avrebbero saputo cosa rispondere.
Jobs dorme sul letto accanto a me. Una macchia grigia sul lenzuolo bianco. Sogna il re dei topi. Di acchiappare il re dei topi. Respira, si vede dalla pancia. Il pomeriggio è assolato e caldo. Clementina, nera, dorme sotto il letto, sopra una scatola trasparente dell’Ikea, schiacciata contro la rete a molle. Clementina è un basement cat. Forse sogna che i gabbiani se la prendono e se la portano via. Tanto Jobs è un pupazzo così Clementina è speculativa, indipendente, circospetta. Dopo pochi tentativi di liberazione, il primo giorno, si sono abituati ai collarini. Blu per Jobs, nero per Clem. Sotto pelle un chip di identificazione, al collo capsule d’acciaio contenenti il segreto del mondo, oltre al mio indirizzo e numero di telefono. Necessarie perché potrebbero perdersi nella città, dai tetti o dalle scale. In realtà però solo Jobs scruta con un certo interesse la porta. Per Clem le terrazze bastano e avanzano. Si avventura poco anche nella terrazza comune, grande. E solo col buio, quando i gabbiani dormono. Ieri notte abbiamo giocato tanto con uno spesso filo di lana color latte, alla luce della luna (così si risparmia).
Circondarmi di esseri belli è una pulsione cui non so sottrarmi. Nicole studia spagnolo e marketing globale nella stanza accanto. Ogni tanto legge ad alta voce. Non parliamo più in italiano, su mia richiesta: due lingue più il catalano che fa capolino sono abbastanza. Due settimane fa eravamo a leggere sulla spiaggia, sotto la tettoia di un chiringuito simpatico, davanti alle rovine romane, in Costa Brava. Nicole sta finendo On Cats di Doris Lessing. Piange a dirotto, fuori controllo tra le orzate e gli occhiali da sole. È un libro particolare, molto duro, generalmente non troppo amato dal pubblico della Lessing. Solo chi ha vissuto con un gatto secondo me può capirlo. Un gatto è come uno spiraglio su un universo infinito e magico.
La scorsa settimana siamo usciti con Ryan. Se non ricordo male viene dal Minnesota. Comunque non dalle due coste. Ha una quarantina d’anni. Ha studiato matematica, poi bioingegneria, poi un MBA. Poi si è rotto le scatole e ha iniziato a girare il mondo. Ora insegna inglese per campare a Barcellona. Ci siamo trovati nel Poble Nou, al Melocomo, che è una gastronomia di amici italiani di cui scriverò. Al sabato fanno aperitivo. Poi in bici a rotta di collo abbiamo raggiunto Montjuic, e lì chiacchierato aspettando Nicole e amica. Notte bianca, Fondazione Miró aperta e gratuita. Ci vediamo il museo da mezzanotte all’una. Poca gente. Bellissimo. I musei dovrebbero stare aperti innanzitutto di notte. Miró era un bel tipo. Fondamentalmente un decoratore d’interni che usava forti contrasti di colore e di forma per risvegliare almeno percettivamente la gente spagnola sotto la dittatura. Come ieri al Museo Picasso la cosa che mi piace di più sono forse le foto in bianco e nero che raccontano la vita di questi geni: loro con amici, loro al lavoro, loro che posano.
Un mese fa camminavamo per Carrer del Duc. Accanto a un bancomat una donna coi capelli neri piange a dirotto, tiene la faccia nascosta in un angolo del muro, per non farsi vedere, e tra i singhiozzi dice al telefonino che le hanno bloccato la carta. Non può prendere soldi. È stata una brutta sorpresa, evidentemente; e si vergogna. Ancora mi rode non essermi fermato a chiederle se aveva bisogno di una mano. I gatti vivono, sanno vivere meglio di noi.
Ritroviamoci gente, in qualunque cosa siate indaffarati, e ammettete che l’acqua attorno a voi è salita, e che presto sarete fradici fino alle ossa. Se il vostro tempo per voi merita di essere salvato, se pensate valga la pena salvarvi, fareste meglio a iniziare a nuotare o affonderete come sassi, come pietre, perché tutto sta cambiando.
Sono le due, credo. Ci facciamo largo tra la gente in Escudellers, questa stradina stretta e sudicia. Un tipo che sembra messicano ci incrocia, indica Nicole e grida ‘Alice in Wonderland!’. Ridiamo. In effetti Nicole sembra proprio Alice nel suo vestitino bianco a pois celesti, passata floreale color crema in testa, borsettina di velluto fatta in casa al braccio, ballerine cremisi distrutte. Molte ore prima ha abbordato quattro studenti davanti al Nevermind: Alberto, Jordi, Pedro e Ana. Pedro è ingegnere informatico a Portsmouth, Regno Unito. È molto contento di studiare lì. Gli altri tre sono fisici. Alberto in particolare è un po’ più vecchio degli altri, ha ventiquattro anni e fa il dottorato. Viene dalla Galizia. Si proclama anarchico e con lui parlerò per la maggior parte della nottata.
Ci portano in un posto basco che cade a pezzi ed è estremamente genuino, molto popolare. Tavolacci di formica, bandiera EZLN, televisore muto con partite di pelota vasca. Ci dicono che la Real Sociedad passa di qui quando viene in trasferta. Improbabile ma mi piace crederlo. Il vino è un bianco giovane, da tavola, servito con tappi di sughero tagliati col coltello: da una parte si versa il vino, tenendo la bottiglia alta un metro sopra il bicchiere, dall’altra una scanalatura permette all’aria di entrare nella bottiglia man mano. Molto interessante. Le tapas si pagano contando i palillos, gli stecchini che le tengono insieme. Ottime, davvero ottime. Magicamente passano quattro ore. Spendiamo pochissimo. Ci spostiamo in un altro posto che non merita menzione, dove caschiamo nel palese tranello di tre bottiglie di Priorat a dodici euro in tutto. Ovviamente si rivelerà una porcheria. Li invitiamo a berle sul nostro terrazzo. Parliamo veramente di tutto, in maniera accesa, appassionata, divertita. Un poco in inglese ma soprattutto, misteriosamente, in spagnolo.
In genere gli stati cercano la prevenzione, la anticipazione del conflitto. Ti vieto di portare in giro il cane senza guinzaglio. In questo modo anticipo, prevengo il possibile comportamento molesto del tuo cane nei confronti di un altro umano che si aggira nel parco. Scelta rischiosa. In questo modo il tuo cane non può imparare a conoscersi e gestirsi nel mondo, e tu non impari a conoscerlo e gestirlo. Ma soprattutto la prevenzione sistematica del conflitto impedisce la continua risoluzione di migliaia di infinitesimali conflitti. Ho iniziato ad amare Barcelona esattamente per questo. Cammini per una strada e tutti ti vengono addosso, ti toccano, ti danno noia. Poi chiedono scusa. Migliaia di conflitti e migliaia di soluzioni. Le persone si trovano così in continuo dialogo con gli altri, pronte, se necessario, a fronteggiare le emergenze. Altrimenti il conflitto non trova sfogo, cresce, diventa psicologico, permanente, logorante. E si inventano i nemici (con cui non si parla), e si inventano le autorità, figure terze artificiose per la gestione dei rapporti. L’uomo organizzato è orribile e triste. Siamo animali. Animali sociali. Intrinsecamente buoni. Naturalmente buoni.
Spero di incontrarli di nuovo.
p.s. Discussione mattutina surreale con Thunderstorm (Nicole, per chi non lo ricordasse), che si conclude con la decisione di adottare dieci cani di punkabbestia italiani, insieme ai relativi accompagnatori. E di vivere tutti insieme nei nostri cinquanta metri quadrati.
p.p.s. Due settimane fa ci siamo sposati. Su Facebook. Ora aspettiamo che gli stati riconoscano il nostro status, e altrimenti che vadano solennemente a farsi benedire. Ho anche compiuto trentasei anni, che è un traguardo importante. Sono due volte maggiorenne.
A Patrick mancano tutti i denti davanti, di sopra. Tra canino e canino. Chissà come li ha persi. Ha la pelle scura di chi vive sempre sotto il sole, e dimostra forse dieci anni più della sua età. Deve essere mio coetaneo. Ha un numero di telefono scritto con la biro sull’avambraccio, dal polso al gomito. È il numero del suo pusher. Quello che gli porta il trip, dice lui. Ha i capelli rasati a un millimetro, ad eccezione di un piccolo ciuffetto al centro della fronte. Nicole mi ha chiamato, spiegandomi nel suo italiano sempre più improbabile di un film e di una persona, e di Pino Masi, e dicendomi di raggiungerla ai tavolini di un bar, in Piazza Orwell. Esco di casa, e camminando mi domando se troverò Pino Masi al tavolino. Perché Nicole è così: non mi stupirei di trovarla a parlare con Steven Spielberg di fronte al molo, uno di questi giorni. In realtà al tavolino trovo Stefano, che scrive musiche per i film, e Amina. Vengono da Roma e amano Barcellona. Stefano si è preso un proiettile di gomma in una gamba mentre portava a spasso il cane, dice.
Patrick è già innamorato di Nicole, e le fa molti apprezzamenti anche un po’ eccessivi. Poi si scusa con me, lo sa che sono il suo ragazzo. Mi scuso io, per averla incontrata prima di lui e perché è già mia moglie. Patrick deve essere francese, di origine, sembra ritardato a causa delle droghe, ma è molto, molto intelligente. Parla un miscuglio di spagnolo, catalano, italiano, portoghese, francese, una sorta di Salvatore del Nome della Rosa. Patrick vive in Piazza Orwell da un decennio almeno, ed è più libero di me.
Perché io ogni tanto ho dei momenti di sconforto. Questa storia di Equitalia a volte risulta ai miei occhi una insostenibile ingiustizia, come oggi. Brazil. Di solito mi succede quando sono a lavoro, e allora ho bisogno di uscire, vedere il sole, i gabbiani, questa magnifica città. E allora penso a chi ha subìto ben di peggio. Penso alla famiglia Aldrovandi, per esempio. O alla famiglia Cucchi, o alla famiglia Sandri. E mi riviene in mente quello che ho scoperto leggendo il bellissimo Spingendo la notte più in là di Calabresi. Che non si può permettere all’odio di mangiarsi anche tutto il presente e il futuro. Penso anche alle altre migliaia di persone che subiscono i soprusi dello stato attraverso Equitalia. Soli, perché siamo soli. Soli perché chi non ci passa non capisce. Soli perché ci sospettiamo a vicenda, nessuno vuole imbarcarsi in una battaglia insieme a un evasore, e quindi non ci uniamo. Soli perché nessuno parla di questa macchina ignobile, che agisce in modo palesemente incostituzionale.
Le mie disgrazie iniziano nel 2008, quando due ispettori dell’INPS fanno visita alla nostra startup. La nostra startup fa cose che fanno altre cinque aziende nel mondo, e nel frattempo lotta contro l’ambiente in cui si trova per sopravvivere. Facciamo bei risultati, e tra mille peripezie restiamo self funded. Non chiediamo una lira allo stato e paghiamo un fracasso di tasse e contributi. Un anno prima tutti noi soci diventiamo dipendenti. Gli ispettori ci contestano questo, in quanto secondo loro non abbiamo nessuno sopra di noi che ci comandi. Quindi ci impongono di pagare nuovamente tutti i contributi per quel lasso di tempo alla cassa per i soci. Voglio ripetere: la società ha già pagato regolarmente quei contributi alla cassa per i dipendenti. E in misura maggiore, visto che i contributi per i dipendenti sono superiori a quelli per i soci. Secondo loro dovremmo ripagarli personalmente, e poi richiedere il rimborso all’INPS per il doppio esborso, che arriverebbe dopo cinque anni. Decidiamo di non sottostare a questa assurdità e facciamo ricorso. Grosso errore. Ora il giudice sposta sempre in avanti l’udienza, e già l’importo che devo pagare è più che raddoppiato rispetto alla cifra iniziale, grazie ai tassi da usura che si ottengono componendo interessi e sanzioni. Inoltre nei procedimenti relativi ad un paio di miei colleghi il giudice ci ha dato torto, sbalorditivamente. E ora non possiamo neanche chiedere il rimborso dei doppi contributi versati, visto che l’azienda un anno fa è fallita.
Oppure è un bene, perché al prezzo di una decina di migliaia di euro almeno ho capito definitivamente la natura dello stato. Ho lasciato il paese, ho spostato i miei risparmi altrove, ho fatto una startup in un paese che perlomeno pare amichevole, e ho trovato un lavoro. Un giorno non troppo lontano otterrò la cittadinanza e potrò finalmente rinunciare a quella italiana.
Ma quello che mi tocca ancora reggere è l’atteggiamento assurdo di Equitalia SpA. Una cosa indecente. Vengo trattato con supponenza da funzionari che fanno finta di non sapere che c’è un procedimento in corso, e che le cartelle sono sospese fino alla sentenza. Sostengono di aver notificato cose che non mi hanno mai notificato. Minacciano fermi amministrativi, non mi informano nonostante scriva e chiami quasi ogni giorno da oltre un mese, dall’estero. Ecco, loro pagheranno, personalmente. Io mi vendicherò. Usando le loro tristi regole e le loro tristi leggi. Perché in un paese senza diritti, il suddito che oggi abusa del suo potere rischia domani di finire lui vessato. Non so ancora come, ma pacatamente e legalmente, col tempo, avrò modo di farlo. Chi mi conosce sa che tendo ad essere abbastanza ostinato e resourceful. Ecco, oggi è una giornata così. Ora mi passa. Altri giorni mi fanno semplicemente pena e spero che capiscano qualcosa prima di morire. Ho perfino compassione a volte. Ma oggi è una giornata così, sono intrappolato nella loro logica mortale.
Io restai a chiedermi se l’imbecille ero io, che la vita la pigliavo tutta come un gioco, o se invece era lui che la pigliava come una condanna ai lavori forzati; o se lo eravamo tutti e due. Il Perozzi.
Fatevi un regalo: guardate Lost in La Mancha. Un documentario sulla incredibile serie di sfighe che accompagna le riprese del film di Terry Gilliam su Don Quixote. Ci sono vari motivi per farlo. È una occasione rara per vedere quello che sta dietro alla creazione di un film, c’è Johnny Depp e mostra degli angoli belli della Spagna. E poi, soprattutto, mostra in modo commovente il genio umano di Gilliam (che, se a qualcuno interessa, oltre ad essere uno stupendo esemplare di statunitense è anche il mio regista preferito). Una umanità prorompente, un approccio adolescenziale, una rara capacità di entusiasmarsi di tutto. Lanciato verso il disastro. Il gruppo che affronta difficoltà apparentemente, ed eventualmente, insormontabili. E tra gli scogli emergono le personalità diverse: gli anglosassoni più freddi, i latini più estrosi.
Spiccano due italiani. Mi ha molto colpito questa cosa. Spesso tendiamo a fare il verso agli anglosassoni, professionalmente parlando. Separazione tra lavoro e vita privata, qualche termine inglese qua e là, efficientismo, cravatta o tailleur e non ci vedo più dalla fame, e così via. Il risultato è normalmente svilente per chi si cimenta in questo gioco di rincorsa, e patetico per chi guarda. Invece questi due fanno il loro lavoro con uno spessore, una carica umana che bada poco alle regole del piccolo carrierista rampante. Gabriella Pescucci disegna costumi, viene da Rosignano Solvay, e il suo inglese è davvero improbabile. Laddove i colleghi nordici tacciono per correttezza politica, lei dice chiaramente come la pensa, con l’accento toscano della costa. Nicola Pecorini invece fa il direttore della fotografia. Spiega pacatamente ai colleghi che in tutta la sua carriera non ha mai visto such a sequence of sfiga. Poi puntualizza: sfiga is more than bad luck, because sfiga is the negation of the pussy.